La pittura di Robert Morgan

  • La pittura di Robert Morgan 

    Go in fear of abstraction… the natural object is always the adequate symbol
    — Ezra Pound

    Una pittura schietta, meditata, volta a sovvertire la pigra, consueta percezione dell’oggetto, dell’uomo, della donna, del paesaggio.

    Visto da vicino, un quadro di Morgan sembra fatto di pennellate svelte, impressionisticamente accostate e sovrapposte sulla tela per formare un fascio di colori dagli effetti imprevedibili, a volte struggenti. Allontanandosi dalla tela, però, la stessa immagine si fa più netta ma non meno intensa, quasi fotografica, e cambia radicalmente l’impatto con l’occhio di chi guarda. I ritratti raccontano i sentimenti, il tratto interiore del viso, del corpo, del gesto immortalato, mentre i paesaggi, gli scorci di Venezia soprattutto, sembrano uscire da un pennello che unisce la precisione maniacale di certe vedute del Settecento con il guizzo estroso dei paesaggi-presagio di alcuni Macchiaioli, e di tanti Impressionisti.

    Una Venezia inedita, smaltata di luce, esplorata, vivisezionata quasi, da un occhio molto americano e molto amante del vero, che confida nel mistero della presenza naturale delle cose più che in quello del pensiero. Sono i fatti e la luce che qui contano: No ideas but in things. Nella cittadella dell’intelletto trova accoglienza solo ciò che i sensi hanno esperimentato, vissuto, e la memoria vuole trattenere.

    Si possono scovare gli antecedenti più vigorosi di questa pittura appassionata in certi quadri di Winslow Homer, Edward Hopper e Andrew Wyeth, diversamente affini nella fede che si può riassumere in Beauty is truth, truth beauty. Ma molti altri, e più vicini alle tradizioni pittoriche veneziane, sono i modelli che qui si potrebbero scorgere perché, volendo, anche certi squarci vividi della Venezia immortalata dal Guardi o gli azzurri imbizzarriti di tanti soffitti affrescati da Zuan Batista Tiepolo, o i colori accesi e melanconici di Luigi Tito vi fanno capolino.

    La Venezia americana di Morgan merita di aggiungersi alla tradizione dei grandi paesaggisti che dal Cinquecento ad oggi – non si esclude il Sargent “veneziano” – hanno ritratto la città lagunare reinventandone di continuo la luce, per accendere, nel garbuglio di acqua barche e pietre, l’antico sogno di un luogo capace di suscitare l’ammirato mutismo del viandante.


    Andrea Molesini